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Il mondo in una stanza / Salvatore Cassarino

 15,00

COD: mondo Categorie: , Tag:

Descrizione

Data di Pubblicazione: giugno 2026
ISBN 979-12-82192-23-1
Pagine: 278

Questo è un libro in ascolto. Seppure l’autore avverta l’urgenza di spiegare i complessi meccanismi che governano la mobilità umana e sia mosso da un appassionato desiderio di convincerci della sua visione del mondo, mi piace sottolineare che quello che dà sostanza alle pagine che vi accingete a leggere è la scelta, sempre più rara, di fermarsi, aspettare e lasciare che le storie parlino con la propria voce. Le vite raccolte e presentate da Salvatore Cassarino chiedono quindi attenzione. E, forse, qualcosa di ancora più scomodo per i nostri tempi veloci e superficiali. Chiedono tempo.

 

UN ASSAGGIO DI LETTURA

Introduzione
Questo è un libro in ascolto. Seppure l’autore avverta l’urgenza di spiegare i complessi meccanismi che governano la mobilità umana e sia mosso da un appassionato desiderio di con vincerci della sua visione del mondo, mi piace sottolineare che quello che dà sostanza alle pagine che vi accingete a leggere è la scelta, sempre più rara, di fermarsi, aspettare e lasciare che le storie parlino con la propria voce. Le vite raccolte e presentate da Salvatore Cassarino chiedono quindi attenzione. E, forse, qualcosa di ancora più scomodo per i nostri tempi veloci e superficiali. Chiedono tempo. Sono storie diverse per provenienza, per età, per traietto rie. C’è chi ha attraversato deserti e mari, chi ha conosciuto la violenza dei trafficanti, chi è rimasto intrappolato per anni in una burocrazia che sospende l’esistenza. C’è chi è arrivato spinto dalla povertà, chi dalla guerra, chi da una scelta che sembrava temporanea e si è trasformata in un destino. In tutte queste storie però, da oriente a occidente o dal sud al nord del Mondo, è faci le trovare traccia di quella frattura tipica della persona migrante. Il punto di rottura che non si salderà mai compiutamente tra ciò che si trova e ciò che si lascia. Perché nella valigia di ogni migrante accanto agli abiti e agli oggetti d’uso quotidiano, ci sono anche un’identità da ridefinire, i ricordi, gli affetti, le emozioni, gli amici, i parenti lasciati indietro. E questi sentimenti agiranno formando quella malinconia che sarà l’incaricata di alimentare la voglia di tornare, spesso frustrata, che è tipica di ogni persona che lascia la propria terra. Queste storie di provenienza diversa sono quindi affini. Le accomuna la condizione di vivere in bilico 7 tra ciò che si è stati e ciò che non è ancora possibile essere. Il volume è infatti metaforicamente inzuppato dal sudore di appartenere a due mondi. In altre parole dalla fatica di essere nuovi, conservando il vecchio. O di vivere l’Altrove nello spazio e nel tempo di ogni giorno. Eppure queste pagine, nelle parole degli intervistati, mostrano con chiarezza che la migrazione non è un evento improvviso, ma un processo. Non finisce con lo sbarco, con un documento, con un contratto o un matrimonio. Continua nella ricerca quotidiana di lavoro, nella casa condivisa, nel corpo che si stanca, nelle relazioni che si costruiscono lentamente o che non arrivano mai. Continua nella nostalgia per chi è rimasto lontano e nella responsabilità, spesso schiacciante, di sostenere famiglie intere da un altro continente. C’è, in queste storie, una povertà che non è solo quella economica raccontataci dai rapporti ufficiali dell’Istat o di Caritas italiana, ma anche simbolica: l’invisibilità. Molti dei protagonisti vivono ai margini non perché rifiutano la comunità, ma perché la comunità raramente li guarda davvero. Sono presenti, lavorano, pregano, mandano avanti settori interi dell’economia locale, eppure restano sospesi, facilmente sostituibili, trascurabili. La parola “accoglienza”, che nella seconda parte del libro trova voce nelle testimonianze di chi la pratica, nelle storie riportate perde ogni retorica e mostra le sue crepe: non basta concedere un permesso di soggiorno se poi non si costruisce uno spazio di permanenza e confronto. Una relazione, insomma. Perché bi sogna dire con franchezza che tutti questi testimoni abitano un Paese che non è sempre amichevole, e che loro, piano piano, devono comunque imparare ad amare.

Premessa
Qualche volta è scomodo sentirsi fratelli ma è grave sentirsi figli unici. Enzo Biagi Dicevo della parola. È il mezzo e/o l’arma principale della comunicazione, della quale non possiamo fare a meno per relazionarci, spiegarci, incontrarci o scontrarci e, dall’uso che ne facciamo, trovare corrispondenze con la realtà o negarla, distorcerla, piegarla alle nostre mire, segnando il confine tra verità e falsità, tra integrazione ed emarginazione, consegnando la storia all’empatia o al colpevole silenzio della sua negazione. Le parole, declinate in materia d’immigrazione, recitano un mantra bugiardo, falso, colpevolizzante, teso a calpestare l’umanità, la dignità e il rispetto insiti in ognuno di noi, da qualunque parte del mondo proveniamo e chiunque siamo. Cercando di ridare il giusto valore e significato alle parole, con le quali vengono identificate persone in fuga dalle loro terre natie, ho pensato, affrontato e portato avanti questo lavoro corale. Se noi persone veniamo identificate con sinonimi deva stanti e devastati, tipo migranti, irregolari, clandestini, extracomunitari e relativi distorti sinonimi, utili solo a screditarci, vi chiedo e mi chiedo se è ancora sopportabile prestare fede a simili dicotomie e se c’è un limite alla tolleranza e alla sopportazione, supera to il quale, noi, persone comuni, gente di strada, siamo disposti a reagire e porgere un argine, serio ed efficace, alle migrazioni, alle guerre, alle violenze di ogni genere e alle ingiustizie sociali, politiche, governative o, invece, più il quadro generale peggiora, più diventiamo insensibili e ci ritiriamo nel nostro guscio, sempre più fragile e precario? O, peggio ancora, saltiamo sul carro del vincitore di turno? Da più di un trentennio, stiamo assistendo a una narrazione irreale, irragionevole, bulimica, malata, contagiosa e tossica, contro persone inermi e innocenti, cui tocca lasciare le loro terre di origine, non certo per colpa loro, visto i pericoli e le peripezie affrontate e, spesso, a costo della vita, per correre die tro a speranze e futuri migliori, per loro e i loro figli. Sono i figli indesiderati delle loro terre, di regimi spietati, della nuova colonizzazione, di maledette guerre, della desertificazione, del cambiamento climatico. Sono le persone la cui sola presenza ci ricorda quanto ammalato e folle è diventato il nostro pianeta, la nostra unica e vera Patria. Se esistesse veramente questo punto di rottura, umana mente invalicabile ma, purtroppo, a mio modo di vedere, più che oltrepassato, deriso e calpestato, da tempi immemorabili, saremmo una comunità più sana, inclusiva e planetaria. Invece, a livello globale, stiamo vivendo dentro una bolla, sempre più asfittica, dove i principi umani, civili, sociali e religiosi, artata mente compressi, vanno sempre più rarefacendosi e, ridotti a slogan interessati, semplici enunciati, privi di contenuto e de vianti, sopravvivono e resistono a una martellante repressione, nel tentativo di renderli degli optional, sterili e inutili, fastidiosi e inutili freni alla bulimia di potere della quale sono affetti pochi Paperon de Paperoni, per arricchirsi oltre ogni umana decenza e comprensione

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