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Il barboncino bianco / Aleksandr Kuprin

 15,00

COD: barboncino Categorie: , Tag:

Descrizione

Data di Pubblicazione: aprile 2026
ISBN 979-12-82192-19-4
Pagine: 116

Traduzione, note e apparato critico: Francesca Brunetti
Editing: Natalia Lapiccirella
Con una nota storica di Alessandro Serena

Il barboncino bianco, un classico della letteratura russa per bambini, e altri racconti su cavallerizze, acrobati ed elefanti. Un mosaico di storie brevi per scoprire il mondo dello spettacolo viaggiante nella Russia all’inizio del secolo scorso e per riflettere su valori umani universali attraverso lo sguardo acuto di Aleksandr Kuprin.

 

UN ASSAGGIO DI LETTURA

Introduzione
Il barboncino bianco e altri racconti di acrobati e animali è il titolo scelto per questa raccolta di storie brevi sugli artisti di strada e l’arte circense di Aleksandr Ivanovič Kuprin (1870-1938). I protagonisti dei racconti sono uomini, donne, bambini e animali, questi ultimi spesso fotografati nelle loro relazioni di reciprocità e di complicità con gli esseri umani. Gli scritti rappresentano dei veri e propri atti di amore verso un universo straordinario che non esiste più. Uomo dai mille mestieri – da giovane lavorò come attore, contabile, scaricatore, spostandosi in varie regioni della Russia non abbandonando mai la scrittura – Kuprin è stato un autore molto prolifico e ci ha lasciato romanzi, schizzi, bozzetti, articoli giornalistici, fiabe e racconti per adulti e bambini, saldamente ancorati al suo tempo e alla sua terra, dove è ancora letto e apprezzato. È proprio Il barboncino bianco (1904), che apre la raccolta, a suggerirci come sono nate queste storie. Il racconto si basa su un fatto realmente accaduto. All’epoca Kuprin si trovava con la famiglia in Crimea dove conobbe una piccola troupe di artisti di strada con la quale fece amicizia e che lo rese partecipe delle proprie esperienze ispirando la narrazione. Considerata un classico della letteratura russa per bambini, a più di cento anni dalla sua uscita, la storia viene pubblicata in Russia nelle edizioni a stampa per lettori più giovani, viene anche rappresentata a teatro e narrata a voce su YouTube. A metà degli anni cinquanta del secolo scorso ha avuto perfino un adattamento cinematografico. Il racconto è proposto per la prima volta in Italia così come le altre storie del mondo del circo, ambiente che Kuprin conosceva molto bene, anche grazie alla frequentazione assidua con artisti del settore, molti dei quali provenienti dal nostro Paese. Completa la raccolta La passeggiata dell’elefante (1913), un racconto fantastico e tragico dedicato alle conseguenze, nefaste, di una fuga da uno zoo. Pur non narrando una storia ambientata nel mondo dello spettacolo ambulante, Kuprin continua a farci riflettere sull’ambivalenza delle relazioni tra esseri umani e animali, attraversate da emozioni e sentimenti universali come l’amore, la devozione, la rabbia e l’ostilità, che l’autore ha saputo ritrarre con molta fedeltà.

Francesca Brunetti

Il barboncino bianco
I
Lungo gli stretti sentieri della costa meridionale della Crimea stava camminando una piccola troupe di artisti ambulanti. Con la lingua rossa penzoloni e la coda ritta, davanti a tutti, trotterellava il barboncino bianco Artò. A ogni bivio si fermava e, agitando la coda, si guardava intorno con aria interrogativa. Poi, ascoltati alcuni misteriosi suoni, che solo lui poteva sentire, drizzava le orecchie pelose e, al galoppo, si precipitava in avanti. Dietro il cane camminava Sergej, un ragazzino di dodici anni, che teneva sotto il braccio sinistro il tappetino per gli esercizi acrobatici e nella mano destra una gabbietta con dentro un cardellino. Infine, c’era l’anziano della compagnia, nonno Martin Lodyžkin con l’organetto a manovella sulle spalle. Un organetto vecchio, sopravvissuto a una dozzina di aggiustature e che intonava solo due motivi: un valzer tedesco e il galoppo «Viaggio in Cina». Arie in voga negli anni trenta–quaranta e ora del tutto dimenticate. Era un organetto a due canne. La prima, quella alta, aveva perso la voce, non suonava e perciò la musica sembrava inciampare, zoppicare; l’altra, quella bassa, manteneva sempre la stessa nota e il suono sembrava affogare. Lo stesso nonno Lodyžkin era consapevole delle mancanze dell’organetto e diceva tra sé e sé scherzosamente, ma con un fondo segreto di tristezza: «che fai vecchio organetto! Su, suona! Dai, cerca di avere un po’ di orgoglio. Le canzoni sono molto belle ma i signori di oggi non amano questa musica. Ancora queste canne… le ho portate a riparare ma il suono non esce. Bisognerebbe mettere delle canne nuove e queste mandarle in un museo, sono un monumento ormai! L’organetto ci ha nutrito finora, speriamo continui a farlo…» […]

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