Mena e l’archeologo / Antonio Barone
€ 15,00
Descrizione
Data di Pubblicazione: settembre 2026
ISBN 979-12-82192-29-3
Pagine: 184
Il grande giornalista e scrittore Indro Montanelli scriveva: “Ho della verità un concetto aristotelico e preferisco un ritratto vero con aneddoti falsi che un ritratto falso con aneddoti veri”. (Lettera ad Emilio Cecchi, 1953). Ed è quello che ho fatto con questo mio primo romanzo. Ho voluto tratteggiare il ritratto e la storia di Mena, la mia nonna paterna, inserendo tra le pagine della narrazione degli aneddoti veri della sua vita, ma anche altri “falsi”, servendomi della tecnica della verosimiglianza, cioè non la verità cronachistica di un personaggio o di un fatto, ma un vero e proprio “patto di fiducia e di coerenza interna nella storia che l’autore stringe con il lettore.” Come ricordava Aristotele nella sua Poetica: “un impossibile verosimile” è sempre preferibile a “un possibile incredibile”. Alcuni fatti narrati nel romanzo risultano, pertanto, molto verosimili, anche se improbabili o impossibili nel loro accadimento; tutti i personaggi, invece, sono veri e realmente esistiti. L’opera nasce come sviluppo di un mio precedente racconto, uscito nella raccolta Le Storie di Nino (2022). Da quel racconto sono partito, e per ampliare la storia della protagonista mi sono servito delle ricerche negli archivi del Comune di Licodia Eubea, mentre per i personaggi dei baroni Corrado e Ippolito Cafici e dell’archeologo Paolo Orsi ho attinto dalle loro pubblicazioni scientifiche e dal saggio di Alessandro Pace, Ippolito Cafici: un Nestore siciliano (2011). Il romanzo ripercorre il periodo storico tra il 1895 (all’indomani dei Fasci Siciliani) e il 1961 (gli inizi del boom economico in Italia): più di sessanta anni di storia tra il piccolo borgo ibleo di Licodia Eubea e la “grande” Catania, attraverso gli occhi e la forte sensibilità della nostra protagonista, che vive sulla propria pelle le dolorose conseguenze per la scelta coraggiosa, per i tempi, di lasciare il marito violento e crescere i due figli nel periodo drammatico dei due conflitti mondiali. Questo è quanto dovevo a mia “Mamma Mena”, una donna di altri tempi.
UN ASSAGGIO DI LETTURA
Prefazione
In tutti noi ci sono ricordi che non abbiamo vissuto, ma che vivono in noi. Ci sono assenze che pesano più di tante presenze. Ci sono detti ricorrenti che accompagnano la nostra memoria, a ritrovare persone che non ci sono più e che molto hanno segnato la nostra crescita. Mena e l’archeologo è un romanzo in cui ciascun siciliano può ritrovarsi. Uno stile semplice che non affatica, che si lascia scorrere con rapidità; e ciascuno può associare un personaggio del romanzo a un componente della sua di famiglia. Quel “sassolino” che i fratelli gemelli, Lucio e Antonio, avvertono nel non aver conosciuto la nonna è qualcosa che segna il lettore. I nonni sono un bene troppo prezioso per i nipoti e tutti dovrebbero avere la fortuna di poterli conoscere e viverli. Quel desiderio di ricerca di nonna Mena è quel desiderio che anche i più anziani hanno di ricordare la propria nonna. Confesso di essermi commosso in questa fatica di Antonio e di aver avuto modo di ripercorrere ampi pezzi della mia infanzia. È un libro che affronta tanti temi di grandissima attualità, di un retaggio patriarcale, di una forza straordinaria e resiliente di un mondo femminile che ha retto la società siciliana anche a fronte di contesti ostili e pregiudizi. Dall’abbigliamento alle voci, dalle occhiate dietro alle finestre alle critiche in chiesa, perché tutto andava a costruire quel giudizio sociale che per alcuni poteva diventare perenne condanna, senza amnistia e senza possibilità di appello. È un racconto che fotografa la dignità feroce di un mondo femminile che non si è mai arreso. Ci sono tre cose riportate nel libro che cito per collegare una riflessione: il ritratto sul comò, le foto in bianco e nero da Catania e, soprattutto, quel ricordo — vero o sognato poco importa — di una mano che lo accompagna a comprare un panino con la crema spalmabile. Mettendo insieme questi tre elementi si ha una pellicola molto neorealista della storia o meglio delle tante storie di donne di questa terra che hanno lavorato, sofferto, scelto, e che hanno tenuto insieme le famiglie con la forza e la discrezione e non senza un dolore intimo che quasi nessuno ha potuto raccogliere. Perché in fondo è la solitudine ciò che accompagnava le donne. E poi c’è sullo sfondo una Catania molto diversa da quella attuale, più emotiva, meno impersonale, meno caotica, più autentica e meno distante. Una città che avvolgeva le esistenze e non le fagocitava. A vederla con gli occhi di oggi ci appare forse anche più lontana e suscita un po’ di nostalgia per una umanità che sembra essersi smarrita. È la storia di un amore che attraversa il tempo, anche quando non c’è stato il tempo di conoscerlo. È la storia di come un profumo, un panino, una gonna nera possano bastare a tenere in vita una persona per sempre. Perché a volte i nonni che non abbiamo conosciuto sono quelli che ci accompagnano di più. Io spero che questo racconto possa fare da sfondo ad una sceneggiatura cinematografica. È l’augurio più sincero che posso fare a questo preziosissimo lavoro intellettuale.
On. Giovanni Burtone
Capitolo primo
Negli anni di fine Ottocento, il paesino di Licodia Eubea, che fino al 1871 si chiamava solo Licodia, viveva appieno le contraddizioni della Sicilia post–unitaria: da un lato la grandezza del suo passato, ormai solo un lontano ricordo, legato ai ruderi del castello medievale dei Santapau, che domina la valle del fiume Dirillo verso la piana di Gela, a Palazzo Mugnos, unica architettura civile del tardo barocco siciliano, alle numerose chiese (conventi e monasteri) con splendidi tesori artistici al loro interno, alle necropoli sicule e agli insediamenti rupestri sparsi tra le colline e i dirupi del territorio attorno al paese; dall’altro la cruda realtà di un’economia contadina basata sulla coltivazione del grano e degli altri cereali, della vite e degli agrumi, dove la terra, con tutta la sua bellezza e tutta la sua forza primordiale, detta la legge della sopravvivenza. Situato sui monti Iblei, alle propaggini del monte Lauro, che domina con la sua mole, a quasi mille metri d’altezza, tutto il paesaggio intorno, il borgo di Licodia Eubea è fatto di salite ripide, case in pietra e una forte identità contadina legata alla terra, mentre il paesaggio è caratterizzato da colline aride d’estate, sferzate da un vento gelido d’inverno, dominato sullo sfondo dalla sagoma dell’Etna ‘a Muntagna, perenne testimone di una natura potente e indifferente. La piana di Catania e le colline circostanti erano terre di feudi, grano, uliveti e agrumeti, dove la fatica si misurava con il caldo opprimente della calura estiva e il sapore amaro della polvere che seccava la gola. La vita del piccolo paese ruotava attorno al lavoro nei campi di grano e nella pratica della pastorizia e con un marcato antagonismo sociale: il contrasto netto tra la “nobiltà” o i proprietari terrieri, i cappiddazzi, e la classe lavoratrice, i viddani. Le donne come Mena, la nostra protagonista, e prima di lei la madre, e così indietro per secoli, erano sottomesse a precise e rigide regole sociali. Passavano il loro tempo tra le mura domestiche, a ricamare, tessere, accudire la casa e crescere i figli. I curtigghia, la chiesa e le fontane pubbliche per lavare i panni o attingere l’acqua erano i luoghi dell’incontro, della socializzazione. Nonostante le restrizioni sociali, le ragazze di umili origini lavoravano duramente. Oltre i lavori di casa, si ritrovavano ad aiutare, dapprima i padri e poi i mariti, nel lavoro dei campi durante la mietitura o quando era la stagione della raccolta delle olive. L’Unità d’Italia, dopo la storica impresa dei Mille e la proclamazione del Regno d’Italia nel 1861, non aveva portato il benessere promesso, ma solo nuove tasse, come quella sul macinato, e la leva militare obbligatoria, che toglieva braccia lavoro alle famiglie. Anche a Licodia erano arrivati gli echi delle tensioni politiche e sociali che erano esplose drammaticamente nelle grandi rivolte dei Fasci Siciliani, negli anni tra il 1891 e il 1894: contadini e minatori che chiedevano leggi più giuste e patti sociali che tenessero conto delle condizioni di povertà e diseguaglianza economica delle fasce subalterne della popolazione. L’esperienza dei Fasci era stata repressa nel sangue dal governo presieduto dal primo ministro siciliano Francesco Crispi. […]


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